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Sono le persone a determinare i cambiamenti!

Paola Vandelli

 

Direttrice servizio formazione e aggiornamento dell'azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Modena

I più grandi cambiamenti all'interno delle organizzazioni avvengono grazie alla volontà delle persone che le compongono. Paola Vandelli, Direttrice del servizio formazione e aggiornamento del Policlinico di Modena, e responsabile di questo progetto, racconta a videodimpresa l'esperienza che hanno vissuto, le criticità che ne sono derivate e gli sviluppi futuri.

Trascrizione

Quando si parla di cambiamento nelle organizzazioni, si pensa sempre a grandi strategie pianificate a tavolino; invece, non è sempre così. A volte i cambiamenti vengono dal basso, dalla volontà delle organizzazioni di gestire meglio delle situazioni, e questo poi comporta dei cambiamenti a livello macro dell’organizzazione.

Oggi siamo a Modena con Paola Vandelli, psicologa, direttrice del servizio formazione e aggiornamento dell’azienda ospedaliera Policlinico di Modena. Vogliamo chiederle di raccontarci questa sua esperienza.

Partiamo dal presupposto che sono psicologa, quindi credo nelle persone e che siano le persone a cambiare, a determinare le organizzazioni.  Lavoravo in Oncoematologia pediatrica, quando la direzione generale decise di riorganizzare alcuni dei servizi di staff e di direzione. Uno di questi era il servizio formazione: doveva acquisire una collocazione in staff alla Direzione Generale.

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Quando si parla di cambiamento nelle organizzazioni, si pensa sempre a grandi strategie pianificate a tavolino; invece, non è sempre così. A volte i cambiamenti vengono dal basso, dalla volontà delle organizzazioni di gestire meglio delle situazioni, e questo poi comporta dei cambiamenti a livello macro dell’organizzazione.

Oggi siamo a Modena con Paola Vandelli, psicologa, direttrice del servizio formazione e aggiornamento dell’azienda ospedaliera Policlinico di Modena. Vogliamo chiederle di raccontarci questa sua esperienza.

Partiamo dal presupposto che sono psicologa, quindi credo nelle persone e che siano le persone a cambiare, a determinare le organizzazioni.  Lavoravo in Oncoematologia pediatrica, quando la direzione generale decise di riorganizzare alcuni dei servizi di staff e di direzione. Uno di questi era il servizio formazione: doveva acquisire una collocazione in staff alla Direzione Generale.  La seconda esigenza era di determinare uno spazio legato soprattutto al ruolo dell’assistenza sociale nelle dimissioni protette, ma abbiamo anche cominciato a ragionare sul fatto che sarebbe stato opportuno intervenire su questa componente relazionale dell’atto di cura, accompagnandoli in un percorso di supervisione, di affiancamento e di coaching in reparto, per lavorare su questa componente.

Quindi in qualche modo voi avete aiutato i medici a vedere non solo la patologia, ma anche il paziente.

Sì, diciamo che uno degli scogli maggiori è stato non entrare immediatamente in relazione col paziente, ma formare il medico per far sì che entrambe le componenti dell’atto di cura trovassero di nuovo una sovrapposizione. La filosofia è che le persone hanno bisogno di psicologia, ma anche l’ospedale ne ha bisogno. Non necessariamente di psicologi. Non avete idea di quanto miglioramento ci sia nell’adesione che, ad esempio, il paziente ha, qualora sia il suo medico, il suo infermiere a tenere unite la componente tecnica –la prescrizione del farmaco- a quella relazionale: “Ti spiego quali sono le componenti di questo farmaco, ti aiuto a superare le difficoltà.”

E le criticità che avete rilevato durante questo percorso?

La domanda che più spesso ci veniva rivolta era:  “Perché non vieni, o non viene uno degli psicologi, a fare la comunicazione di diagnosi? Per noi è questo il momento difficile.” Quindi, una delle criticità più grosse è stata far comprendere che l’atto di cura si compone di questi due aspetti, e quindi solo lavorando insieme avremmo potuto fornire la prestazione migliore al nostro paziente.

Sviluppi futuri? Come prevedete che evolverà questa iniziativa nei prossimi anni?

Credo che la parola che in qualche modo potrà definire questo progetto futuro sia: accoglienza, ovvero come comunicare con i nostri cittadini. Accoglienza che noi mettiamo in atto col servizio di comunicazione, perché ovviamente andremo a stabilire delle procedure che aiuteranno sempre di più il paziente. Per noi, il risultato finale vorrà essere accoglienza intesa come educazione terapeutica.

Il cittadino giustamente non è più dipendente dal medico, ma è informato. Il problema grosso è dove trova l’informazione. Noi crediamo fermamente che debba essere l’ospedale a mettere il cittadino in condizione di avere le informazioni adeguate rispetto alla propria patologia. Lo sviluppo futuro di questo grande servizio vorrà essere l’accoglienza che porti per tutte le componenti –formazione, psicologia, comunicazione- ad un’educazione terapeutica del cittadino. 

Ringraziamo Paola Vandelli e le promettiamo che torneremo a trovarla tra un anno o due per vedere se- e come- questo modello si sarà evoluto.

 

www.videodimpresa.com


Categorie

CANALI: Capitale Umano, Strategia
FORMAT: Punti e Capi

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