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Plastica biodegradabile in acqua... genialità o pazzia!?!

Marco Astorri

 

Co-Founder di Bio-On

E' di pochi giorni fa la notizia dell'importante accordo di collaborazione tra la Bio-on e la Techint per la costruzione dei rivoluzionari impianti di produzione del Bio-polimero. Cogliamo l'occasione per riproporvi l'intervista a Marco Astorri, il "folle" che si è lanciato in questa avventura scoprendo un enorme potenziale negli scarti alimentari.

Per ulteriori notizie: http://www.bio-on.it/partner.php

Trascrizione

Siamo qui con Marco Astorri, imprenditore nel vero senso della parola, perché ha deciso di passare dall’elettronica alla chimica. Marco, come diavolo ti è venuto in mente di fare una cosa simile?


E’ nato tutto per caso, nel 2006, in quanto da tempo fornivamo chip e tessere RFID per abbonamenti, e una persona molto simpatica ci chiese come poteva fare a trovare un materiale che si potesse biodegradare in montagna, per non ritrovarsi questi pezzi di plastica sul terreno. Da lì è nato tutto. Questa è stata la scintilla per capire che c’era un mondo nuovo, che poteva nascere un nuovo tipo di impresa basata sull’eco-sostenibilità e biodegradabilità: il mondo dei biomateriali.

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Siamo qui con Marco Astorri, imprenditore nel vero senso della parola, perché ha deciso di passare dall’elettronica alla chimica. Marco, come diavolo ti è venuto in mente di fare una cosa simile?
E’ nato tutto per caso, nel 2006, in quanto da tempo fornivamo chip e tessere RFID per abbonamenti, e una persona molto simpatica ci chiese come poteva fare a trovare un materiale che si potesse biodegradare in montagna, per non ritrovarsi questi pezzi di plastica sul terreno. Da lì è nato tutto. Questa è stata la scintilla per capire che c’era un mondo nuovo, che poteva nascere un nuovo tipo di impresa basata sull’eco-sostenibilità e biodegradabilità: il mondo dei biomateriali.


Quindi da un giorno all’altro siete passati da un’attività all’altra!?
Praticamente sì.

Tu, e chi?
Io ed il mio socio, con il quale lavoro da sempre insieme, da oltre vent’anni, abbiamo  fatto diversi tipi di imprese e start up insieme in diversi settori.


Chi dei due aveva il tipo di competenze per avviare questo tipo di attività?
Nessuno! Nel senso che le uniche competenze che avevamo erano la voglia di costruire qualcosa di nuovo, che non esisteva. Siamo partiti sin dall’inizio con la volontà di migliorare quel poco che c’era di conosciuto nel mondo dei biomateriali, ma soprattutto di fare qualcosa che fosse realmente ecosostenibile.


Ma stiamo parlando di follia, o di rischio calcolato?
Tutte e due, sicuramente, perché in quel periodo in cui si stava affacciando  la crisi internazionale, partire con una nuova impresa da zero, su qualche cosa che pochi avevano iniziato a fare, da poco tempo, era veramente difficile; però era anche un’opportunità, perché eravamo coscienti che , riuscendoci, si aprivano grandi porte per quello che avevamo messo a punto.


Soprattutto considerando che questo settore è dominio delle grandi multinazionali della chimica!
Relativamente, nel senso che le grandi multinazionali hanno sempre tanto investito su quella che è la plastica tradizionale, ottenuta dalla lavorazione del petrolio. I grossi gruppi agroalimentari, cioè chi ha grossi quantitativi i di cereali –quelle che vengono chiamate “commodities”- hanno sempre fatto investimenti cercando delle scorciatoie, quindi hanno sempre cercato di produrre biomateriali scordandosi di cose importanti. Lo stesso Gardini, che negli anni ’80 inventò i biocarburanti e i biopolimeri, propose l’idea dicendo che avrebbe utilizzato scarti dei prodotti agricoli, scarti di cereali; questa parola via via, col tempo è stata dimenticata dalle multinazionali, quindi si sono trovati a far fronte alla produzione di biopolimeri utilizzando cereali che sono considerati “food”, una cosa -per quanto riguarda la nostra piccola società- aberrante, nel senso che non può essere usato nulla che possa essere considerato cibo.


E questo fa sì che non incidiate, anche nel momento in cui andrete sui grandi numeri, sul mercato del cibo.
Nella maniera più assoluta. Noi dovevamo trovare il modo di trasformare un problema in un prodotto. In questi passaggi dovevamo stare bene attenti a non inquinare, a rimanere ecosostenibili e soprattutto a generare un prodotto che non portasse ad altri problemi. Da un problema, tirare fuori una cosa che non è un problema.

Marco, scusami, non abbiamo ancora detto che cos’è il vostro prodotto.  Cosa fa esattamente Bio-On?
Bio-On mette a punto il processo, l’ingegnerizzazione, tutto quello che ha a che fare con la parola definita Know-How, per la produzione da scarti agricoli di biopolimeri. Per biopolimeri si intende in particolare il poliidrossialcanoati, che è una famiglia importantissima, nota da un centinaio d’anni, messa a punto originariamente in Francia da un chimico francese. La bellezza di questa famiglia di biopolimeri, di poliesteri lineari, è che può andare a riprodurre le caratteristiche tecniche di una moltitudine di plastiche conosciute derivanti dal petrolio: propilene, polistirene ecc...
Ha quindi una grande flessibilità, è un prodotto che diventa amorfo o cristallino, in maniera importante, e quindi può essere molto flessibile o molto rigido, si può fare dal paraurti alla pellicola per alimenti. Una grande possibilità d’uso partendo da un substrato considerato scarto.

Ma si sentiva il bisogno di un nuovo tipo di plastica, non ce n’è già abbastanza?
Assolutamente sì, il bisogno è enorme! C’è una richiesta incredibile di nuovi materiali, soprattutto se ecocompatibili. Perché? Oggi i biopolimeri presenti sul mercato hanno caratteristiche scarse a livello prestazionale, hanno temperature di fusione molto basse, hanno dei problemi per quanto riguarda gli stress meccanici…
Purtroppo oggi la tecnologia portata avanti è quella derivante dalla produzione di acido polilattico, PLA. I biopolimeri vengono visti come solo come biopolimeri e non come materiale che possa sostituire quelli conosciuti.
I poliidrossialcanoati hanno invece delle temperature di fusione molto elevate, all’incirca 200°; come dicevo prima possono essere utilizzati per riprodurre molte plastiche conosciute e in più hanno caratteristiche in via di scoperta assolutamente interessanti, possono essere accoppiati benissimo con la carta, possono essere stampati senza pre-trattamenti…e poi hanno una caratteristica unica nel loro genere: la biodegradabilità naturale e non forzata in acqua.
Questa è la cosa più importante: per poterlo biodegradare non c’è la necessita di fare compostaggio, quindi andare a modificare la temperatura mantenendola costante,  movimentazione ecc.. consumando energia, e di fatto inquinando. La biodegradazione di un
materiale del tutto simile a quello che ottengo dal petrolio viene fatta dalla stessa natura, quindi attraverso dei batteri.
Basta quindi immergere un pezzo di questa plastica in acqua di fiume, e soprattutto  -questa cosa ancora non è nota e si saprà nei prossimi anni- è l’unica plastica che si può biodegradare completamente e naturalmente in mare, in Oceano.


In quanto tempo?
Per quanto riguarda l’acqua di fiume, viene perso il 13% del peso molecolare al giorno; in acqua di mare, è un mix tra raggi ultravioletti e moto ondoso, azione dell’acqua, quindi è un periodo più lungo: si parla di perdita del 3,4% al giorno di peso molecolare , ma è comunque molto interessante. E’, in ogni caso,l’unica plastica che si biodegrada naturalmente in acqua dolce, con carica batterica di fiume, e in mare: l’unica in assoluto!


www.videodimpresa.com


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